Il Primo Sparo


Una storia a filo d’acqua sul Battello Santa Maria

di e con Maurizio Zacchiga e Manuel Buttus

Intorno alle tre di notte del 24 maggio 1915, il cacciatorpediniere Zeffiro della Regia Marina italiana imbocca il canale che conduce a Porto Buso dove sorgono una caserma e un porticciolo austroungarici. A mezzo chilometro dal sito militare lancia un siluro, provocando danni a strutture e imbarcazioni e lasciando sul campo alcuni morti. È probabilmente questo il “primo sparo” del sanguinoso conflitto tra italiani e austro-tedeschi. La pianura friulana si trova improvvisamente al centro di operazioni di guerra che ne trasformano radicalmente la vita, l’economia e la struttura sociale. La figura del “nemico”, abilmente costruita dalla retorica patriottica su tutti i fronti, ha per i friulani di confine sfaccettature ancora più paradossali, portando a contrapposizioni fratricide tra vicini di casa. Anche il Basso Isonzo, il Golfo di Trieste e la nostra Laguna hanno avuto la loro lunga serie di battaglie. Umberto Leopoldo Pavon, detto “Poldo”, classe 1881, fu testimone e insieme protagonista di questo battesimo del fuoco a Porto Buso. Attraversando con il Battello Santa Maria i luoghi dove si svolsero quei fatti, i turisti-spettatori saranno coinvolti in un singolare viaggio della memoria: una coinvolgente rievocazione di quei tragici eventi che segnarono per sempre queste contese terre di frontiera.

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TITOLO (Storia di Pa)

Indagine teatrale sulla violenza nei confronti delle donne
di e con Giorgio Monte e Manuel Buttus
una produzione prospettivaT/teatrino del Rifo

Fino a pochi anni fa, la lingua italiana non prevedeva ancora termini che definissero la violenza che gli uomini commettono sulle donne.
A volte si ricorreva a una parola come uxoricidio, dove il latino sembrava quasi autorizzare il diritto dell’uomo a disporre perfino della stessa vita della propria moglie.
Femminicidio è un neologismo più recente, reintrodotto ai giorni nostri da una donna, ma inventato da un uomo. Una parola che secondo noi racchiude in sé già una violenza tutta maschile.

Ecco perché il nuovo lavoro del teatrino del Rifo si chiama “Titolo”. Semplicemente perché vorremmo che quella definizione non esistesse e non ci fossero affatto parole per descrivere forme di violenza di uomini contro donne, perché quella violenza è per noi un atto inaudito, impensabile.
Non ci manca certo il senso della realtà e sappiamo che quella violenza esiste ed è anche in costante crescita.

Vogliamo piuttosto assumerci una responsabilità.
Abbiamo ascoltato, in questi anni, tante storie di violenza sulle donne. Sui giornali, in trasmissioni di inchiesta, romanzi, film, a teatro. Narrazioni e testimonianze raccontate dalla voce delle donne, dal loro punto di vista, di persone e vittime.
Cosa succede allora, se il punto di vista diventa quello dell’uomo, del maschile, dei luoghi comuni su cui si nutre la cultura patriarcale, che anziché estinguersi, si stanno ingigantendo e diffondendo come un virus in una società solo apparentemente paritaria?
Riusciremo a farci carico e ad assumere su di noi questa prospettiva?
Riusciremo, andando in scena, a farci ascoltare, trattando una questione a cui la società sembra reagire con una diffusa ritrosia?
Con Titolo vi vogliamo raccontare la storia di un uomo che cerca le radici della sua violenza, il germe delle sue ossessioni, la normalità che ammanta la sua sotterranea violenza.

Con Titolo raccontiamo la storia di Paolo. Quando lo incontriamo è un uomo che non può più agire. Un uomo “neutralizzato”, perché si trova in uno stato vegetativo, dopo un incidente.
Da quell’immobilità, Paolo sembra poter ricordare il suo passato di adolescente, riconsiderare il suo presente, e, per finire, raccontarci il motivo che lo ha ridotto immobile su un letto d’ospedale e che ha mandato in frantumi la sua vita.