Pantomima KV446

 

 

PANTOMIMA KV466
di Wolfgang Amadeus Mozart

RICOSTRUZIONE SCENICO-MUSICALE DELLA FASCHINGSPANTOMIME KV446

Produzione Associazione Musicale Sergio Gaggia

LA NOVITÀ MUSICALE DI QUESTA PRODUZIONE
Commissione al M° Vladimir Mendelssohn della ricostruzione per l’organico originale della Pantomima k 446 di W. A. Mozart, partendo dall’unica parte superstite, quella del primo violino.

LA NOVITÀ LETTERARIA E TEATRALE DELLA PRODUZIONE, NELLA I VERSIONE CON LA COMMEDIA DELL’ARTE
Commissione al Prof. Quirino Principe della ricostruzione, trasformazione e rielaborazione in testo drammatico del canovaccio presente sulla parte del I violino.

In occasione dell’anniversario Mozartiano del 2006, l’Associazione Musicale “Sergio Gaggia” di Cividale del Friuli ha realizzato un’inedita e complessa produzione, che si è guadagnata uno spazio del tutto personale tra gli eventi europei nati per celebrare il genio del compositore salisburghese.

Al celebre violista e compositore Vladimir Mendelssohn è stata commissionata la ricostruzione della Pantomima (Faschingpantomime) kv 446, composizione che è giunta fino a noi unicamente con la parte del primo violino, essendo andate perse le altre quattro parti previste dal suo organico, quartetto d’archi e basso continuo. Questa sinora è l’unica ricostruzione realizzata integralmente – in alcune scene infatti il primo violino ha una figurazione di totale accompagnamento – e per l’organico originale.

Il primo allestimento scenico del 2006, fu realizzato in simbiosi con una deliziosa commedia dell’arte, appositamente scritta dal Prof. Quirino Principe, indiscussa autorità critica e musicologica europea, che ha sviluppato da par suo l’esile canovaccio presente sempre sulla parte superstite del primo violino.
La novità letteraria costituisce l’altro importante tassello dell’intera operazione culturale.
 In questa versione è stata rappresentata, tra le altre sedi, presso il Teatro Comunale “A.Ristori” di Cividale del Friuli, la Villa Manin di Passariano, l’Estate Musicale di Portogruaro, il Festival delle Murge,
la stagione dell’Associazione Musicale Filarmonica di Terni.
 A gennaio e luglio 2010 sarà rappresentata in due prestigiose stagioni italiane, I Concerti del Quirinale, con diretta radiofonica per la III rete radiofonica RAI, e il Festival Pontino.

realizzazione scenica a cura del teatrino del Rifo

realizzazione musicale Ensemble Sergio Gaggia

Esecuzione a leggio con minimi movimenti di tre attori – teatrino del Rifo – più un marionettista. I musicisti sono un quartetto d’archi più un pianoforte. È possibile la presenza di Quirino Principe stessa come relatore e nella parte di un personaggio, Arlecchino, così come avvenuto ai “Concerti del Quirinale”. Illuminazione normale. Due faretti solo per la marionetta.

L’Odissea secondo Tonino Guerra


lettura scenica

con Giorgio Monte e Manuel Buttus

una produzione CSS Teatro Stabile del FVG e teatrino del Rifo/prospettivaT
in collaborazione con
Galleria d’arte moderna e contemporanea “Armando Pizzinato” e Biblioteca Civica di Pordenone

L’Odissea di Tonino Guerra è una favolosa riscrittura opera del poeta, scrittore, sceneggiatore di tanti film dei fratelli Taviani, di Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Tarkovski, Anghelopulos, oggi 92enne.
Strutturata in otto canti, accompagnati dalla proiezione delle magnifiche tavole ad acquarello disegnate dallo stesso Guerra, le avventure di Ulisse e compagni trovano inediti punti di contatto con la personale vicenda umana del poeta e vengono arricchite dalle sottolineature evocative, luminose e popolari, tipiche della sua poetica espressiva. Seguendo le orme di Ulisse, il poeta romagnolo ripercorre così, alla sua maniera, tutti i Canti di Omero, dall’invenzione del Cavallo di Troia al ritorno in Patria. Con pari maestria e intensità Guerra descrive l’ingenuità dei Troiani nell’accettare il dono dei Greci ma anche scene crudeli come quelle dei Ciclopi. Il viaggio prosegue con Ulisse che affronta tutte le avventure che precedono il suo rientro a Itaca; Polifemo, la maga Circe, i mangiatori di loto, le ombre, il canto delle sirene…

Questo racconto è raccolto e ridisegnato da Tonino Guerra con una sorta di rabbrividente ingenuità (apparente, ma solida, deliziosa con ironia, senza vezzi) che non dà tregua e che, si può dire, è uno dei contrassegni della vera poesia.
Roberto Roversi

I quadri di Tonino Guerra ci dicono che l’artista è uno sperimentatore dell’esistenza sollecitato a trafugare la sua anima da un linguaggio all’altro. A nascondersi e rivelarsi. Un giocoliere dei significati.
Philippe Daverio

Il reading è nato nel 2012 come uno degli eventi collaterali della mostra “Tonino Guerra, diario di un poeta” promossa dalla Galleria d’arte moderna e contemporanea “Armando Pizzinato” di Pordenone, in collaborazione con il Teatro nei Luoghi e con Biblioteca Civica di Pordenone.

È adatto sia per un pubblico di studenti delle scuole medie e superiori, sia per una piacevole serata per tutti.

 

Cannibali brava gente


Jackpot Mi(g)lionario
di Giorgio Monte
con Manuel Buttus

una produzione teatrino del Rifo / CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
con il contributo di Provincia di Udine
e con la partecipazione di Bluenergy
con la collaborazione scientifica di A.A.S. n. 2 “Bassa Friulana-Isontina” – Struttura Complessa Alcologia e Dipendenze Patologiche Palmanova-Latisana
un ringraziamento particolare alla dottoressa Valentina Vidal

In ogni bar c’è almeno una “macchinetta”. Spesso più di una.
Nella sola Udine si contano 2.665 esercizi commerciali autorizzati al possesso di slot machine per il gioco d’azzardo.

Il sottotitolo di questo spettacolo lo abbiamo letto su un cartello appeso in uno di questi locali. Recitava: Jackpot  Miglionario.
Ci è sembrato la sintesi perfetta, il simbolo di un modo di pensare che sta diventando un diffuso modus vivendi. Un’attitudine a credere che non importa studiare, impegnarsi, lavorare, fare progetti, nemmeno saper scrivere correttamente nella propria lingua. L’importante è vincere. Fare Jackpot. Quasi la nostra vita dipendesse esclusivamente da questo. Da un gratta-e-vinci, da una puntata pazza e fortunata, da un rien ne va plus.

Secondo le più recenti ricerche, in Italia sarebbero circa 800.000 i giocatori cosiddetti “problematici”, che si giocano tutti i propri averi, disfacendo la propria vita e quella dei propri familiari. E sono sempre di più le famiglie che sono costrette a rivolgersi agli assistenti sociali in cerca d’aiuto. Perché la dipendenza da gioco d’azzardo è una patologia, una vera e propria malattia in grado di compromettere lo stato di salute fisica e psichica del giocatore, con gravi ripercussioni di carattere sociale, sul lavoro e all’interno della famiglia.

A rischio sono persone di tutte le età. Uomini, donne, pensionati e lavoratori, e purtroppo molti ragazzi sono “drogati” dal gioco d’azzardo. Sono passati con facilità dai videogiochi e dalle consolle di casa, a quelli delle sale giochi e alle slot machine.
Se digitate su un noto motore di ricerca la domanda: “Perché giochi alle slot machine?”, la prima risposta sarà: “Semplice: giochiamo alle slot machine perché amiamo vincere soldi e vogliamo farlo nel migliore dei modi possibili”.
Il migliore dei modi possibili. Senza fatica, senza sforzo. Tutto e subito.
In un mondo che sembra non offrire più nulla, una giocata fortunata a una slot machine, può risolverci il futuro.

800.000 giocatori problematici, dicevamo. È un numero spaventoso.
Quel numero significa che se entriamo in un bar slot del Friuli, in una sala scommesse della provincia campana, in una ricevitoria del modenese, in mezzo a personaggi e a situazioni a prima vista banali o addirittura divertenti, sappiamo per certo che lì dentro c’è un giocatore problematico.  E in quel bar possiamo assistere a dei veri e propri atti d’un dramma in corso.

Anche nelle comunità più piccole, dove la solidarietà e la rete sociale dovrebbe essere più salda, le vittime del gioco – giocatori compulsivi che non riescono a smettere e continuano a perdere – vengono abbandonate. Quasi come appestati. Lasciati alla propria vergogna. Nei bar ci sono cartelli che recitano: “Chi gioca non ama essere guardato”.

Il gioco e il sogno aleatorio di vincere una “vita da milionario”, finalmente diversa da tutti gli altri, non fanno che metterci uno contro l’altro. Per il gioco siamo pronti a sbranarci tra di noi. E invece siamo tutti vittime di una subdola dipendenza.
“Se la tua “macchinetta” non paga te, pagherà certamente me”.

Cannibali brava gente ci mette in ascolto delle storie di tre giocatori.
Roberto, Antonio, Mario.  Un operaio, un manager, uno studente. Persone con una famiglia, un lavoro, dei progetti di vita, come tutti. Persone che si sono illuse di cambiare vita, e che il gioco, la vita, gliel’ha cambiata veramente.
Tre storie emblematiche che raccontano un fenomeno sociale impressionante, con centinaia di migliaia di giocatori che iniziano a giocare per caso e diventano giocatori compulsivi che non riescono a smettere e continuano a perdere.

 

Assetto di Volo


regia di Giulio Venier
con Manuel Buttus

Assetto di Volo è un progetto finanziato dalla Regione FVG (GiovaniFVG) e dal Comune di Gemona, pensato da Uponadream e prospettivaT, in collaborazione con Coordinamento Sociosanitario dell’A.A.S. n°3 “Alto Friuli – Collinare – Medio Friuli”, Cooperativa Itaca, ANFFAS “Alto Friuli” e Volo Libero Friuli.

Nasce dalla volontà di dare visibilità ad un tema delicato e importante che è quello relativo alla qualità della vita e alla reale inclusione sociale delle persone con disabilità e di chi, con qualche supporto, sta intraprendendo un percorso verso la massima autonomia possibile.
Il risultato ultimo dell’iniziativa è stata la realizzazione di un cortometraggio/documentario che ha visto alcuni ragazzi frequentanti i Servizi SIRIO (servizio che si propone di accompagnare persone con disabilità ad alto funzionamento verso la migliore collocazione occupazionale) e CSRE di Gemona (centro diurno che si prefigge di sostenere, potenziare e mantenere le diverse abilità quotidiane) cimentarsi nella recitazione.

La struttura del docufilm è pensata per documentare da un lato il reale lavoro giornaliero che i ragazzi svolgono e dall’altro per testimoniare lo sforzo sperimentato nel mettere in gioco loro stessi in attività decisamente nuove ed impegnative.

I partecipanti al progetto, infatti, hanno intrapreso un percorso che li ha avvicinati al mondo del volo libero.

Il messaggio che il filmato vorrebbe trasmettere è quello di porre lo spettatore nella condizione di chiedersi cosa sia in realtà la disabilità e quanti siano i pregiudizi da abbattere rispetto ad essa, dimostrando come questa possa essere intesa come qualcosa che tutte le persone vivono sotto forma di paure, inibizioni e blocchi che limitano la vita.

Il trailer di Assetto di Volo è visibile su: http://vimeo.com/191763176

Il Primo Sparo


Una storia a filo d’acqua sul Battello Santa Maria

di e con Maurizio Zacchiga e Manuel Buttus

Intorno alle tre di notte del 24 maggio 1915, il cacciatorpediniere Zeffiro della Regia Marina italiana imbocca il canale che conduce a Porto Buso dove sorgono una caserma e un porticciolo austroungarici. A mezzo chilometro dal sito militare lancia un siluro, provocando danni a strutture e imbarcazioni e lasciando sul campo alcuni morti. È probabilmente questo il “primo sparo” del sanguinoso conflitto tra italiani e austro-tedeschi. La pianura friulana si trova improvvisamente al centro di operazioni di guerra che ne trasformano radicalmente la vita, l’economia e la struttura sociale. La figura del “nemico”, abilmente costruita dalla retorica patriottica su tutti i fronti, ha per i friulani di confine sfaccettature ancora più paradossali, portando a contrapposizioni fratricide tra vicini di casa. Anche il Basso Isonzo, il Golfo di Trieste e la nostra Laguna hanno avuto la loro lunga serie di battaglie. Umberto Leopoldo Pavon, detto “Poldo”, classe 1881, fu testimone e insieme protagonista di questo battesimo del fuoco a Porto Buso. Attraversando con il Battello Santa Maria i luoghi dove si svolsero quei fatti, i turisti-spettatori saranno coinvolti in un singolare viaggio della memoria: una coinvolgente rievocazione di quei tragici eventi che segnarono per sempre queste contese terre di frontiera.

Leggi il Flyer

TITOLO (Storia di Pa)

Indagine teatrale sulla violenza nei confronti delle donne
di e con Giorgio Monte e Manuel Buttus
una produzione prospettivaT/teatrino del Rifo

Fino a pochi anni fa, la lingua italiana non prevedeva ancora termini che definissero la violenza che gli uomini commettono sulle donne.
A volte si ricorreva a una parola come uxoricidio, dove il latino sembrava quasi autorizzare il diritto dell’uomo a disporre perfino della stessa vita della propria moglie.
Femminicidio è un neologismo più recente, reintrodotto ai giorni nostri da una donna, ma inventato da un uomo. Una parola che secondo noi racchiude in sé già una violenza tutta maschile.

Ecco perché il nuovo lavoro del teatrino del Rifo si chiama “Titolo”. Semplicemente perché vorremmo che quella definizione non esistesse e non ci fossero affatto parole per descrivere forme di violenza di uomini contro donne, perché quella violenza è per noi un atto inaudito, impensabile.
Non ci manca certo il senso della realtà e sappiamo che quella violenza esiste ed è anche in costante crescita.

Vogliamo piuttosto assumerci una responsabilità.
Abbiamo ascoltato, in questi anni, tante storie di violenza sulle donne. Sui giornali, in trasmissioni di inchiesta, romanzi, film, a teatro. Narrazioni e testimonianze raccontate dalla voce delle donne, dal loro punto di vista, di persone e vittime.
Cosa succede allora, se il punto di vista diventa quello dell’uomo, del maschile, dei luoghi comuni su cui si nutre la cultura patriarcale, che anziché estinguersi, si stanno ingigantendo e diffondendo come un virus in una società solo apparentemente paritaria?
Riusciremo a farci carico e ad assumere su di noi questa prospettiva?
Riusciremo, andando in scena, a farci ascoltare, trattando una questione a cui la società sembra reagire con una diffusa ritrosia?
Con Titolo vi vogliamo raccontare la storia di un uomo che cerca le radici della sua violenza, il germe delle sue ossessioni, la normalità che ammanta la sua sotterranea violenza.

Con Titolo raccontiamo la storia di Paolo. Quando lo incontriamo è un uomo che non può più agire. Un uomo “neutralizzato”, perché si trova in uno stato vegetativo, dopo un incidente.
Da quell’immobilità, Paolo sembra poter ricordare il suo passato di adolescente, riconsiderare il suo presente, e, per finire, raccontarci il motivo che lo ha ridotto immobile su un letto d’ospedale e che ha mandato in frantumi la sua vita.